PIACENZA
CITTÁ DI CONFINE
/Fuori e dentro le mura/
Perché è opportuno pensare a Piacenza come ad una città di confine? Questa città, fondata dai Romani, ha sempre occupato un ruolo strategico. Città di strade e di incroci importanti, sicuramente ciò è dovuto alla sua posizione geografica al confine fra tutte le regioni del Nord-Ovest: Lombardia, Piemonte, Liguria e Toscana. Prima fra le città dell’Emilia-Romagna, è sempre stata un importantissimo nodo: è baciata dal Po, prima utilizzato come canale navigabile e dunque rotta di commerci e assalti; è crocevia tra le antichissime vie di comunicazione che allacciavano il Nord al Sud e l’ Ovest a l’ Est, ossia la Via Francigena e la Via Emilia.
Essenziale è stato anche il suo ruolo militare e logistico, come avamposto difensivo: per questo le sue mura sono sempre state rinforzate, ricostruite e restaurate, tanto che ancora oggi è ben possibile vedere il perimetro delle mura Farnesiane che disegna un avvallamento attorno alla vecchia città.
Città di confine e città-nodo, passaggio di flussi e deposito temporaneo di merci, ecco il ruolo odierno di Piacenza: la città della logistica, non più militare ma commerciale.
Sono voluta partire dall’elemento architettonico delle mura come guida per un’esplorazione della città, per vedere cos’è cambiato al loro interno e cos’è cambiato fuori (e per prendere in considerazione un caso un po’ particolare), ma soprattutto ho considerato le mura come metafora del confine e dell’apertura-chiusura verso un’alterità.
La tematica del confine è importante per sottolineare quanto questo rapporto di opposizione, che tempo fa si costruiva tra la città come urbs chiusa da mura e la campagna, sia oggi impossibile, come rapporto fra il dentro e il fuori, data l’esplosione della forma della città oltre i suoi confini architettonici. La perdita del limens, del limite che apre, ha importanti conseguenze sull’identità dell’individuo e sullo statuto degli abitanti di una città che ha perso la propria connotazione di civitas.
DENTRO LE MURA
Cosa balza agli occhi? Il primo fenomeno che ho individuato è il cambiamento della popolazione. I miei occhi sono ancora giovani e non hanno mai visto i bambini giocare in strada e le donne pulire l’ingresso o filare sedute su una scranna fuori casa, ma i libri di fotografie sono colmi di queste immagini che fanno pensare a qualcosa di estremamente diverso.
Oggi gli abitanti del centro cittadino se ne sono andati furi dalla città, nelle periferie residenziali o nei paeselli simil-campagnoli, per soddisfare delle esigenze di abitare legate più al confort interno che al sistema in cui ci si inserisce. Spesso infatti, nei paesi, i cittadini che arrivano con le due automobili per andare a lavorare, che salutano poco e che non hanno rapporti con i vicini sono estranei, frammenti di una realtà diversa. Oggi il centro, svuotato dai Piacentini, si è rinnovato con una popolazione multicolore e linguisticamente complessa, differenziata e non riciclabile. Fioriscono nuove attività, nuovi negozi, i Kebab, gli Empori di cibi e oggetti arabi; nuove relazioni sembrano sconvolgere l’assetto del centro cittadino: negozi che spariscono, commessi che non parlano italiano.
FUORI DALLE MURA
Facendo un giro (in macchina) per le vie enormi dell’area logistica, si prova un profondo senso di inquietudine. Innanzitutto perché tutto qui sembra una città vera e propria: le vie hanno nomi di personaggi, ci sono panchine e marciapiedi su cui nessuno ha mai messo piede, giganteschi capannoni che non possono nemmeno più chiamarsi “capannoni” perché sono molto di più, enormemente più grandi e spaventosamente grigi.
L’Ikea ha scelto Piacenza come sede europea dei suoi parcheggi di merci: la mia città è un immenso parcheggio di cose che rappresentano la frammentazione dell’economia, ma anche l’abbandono, il provvisorio, la ruggine dei container, le reti arancioni dei cantieri per altri parcheggi transitori.
Nelle foto ho voluto rappresentare i contrasti: tra una dimora un tempo splendida, sedimentata nella terra e luogo di relazioni preziose e memorie, e i capannoni, i container, le reti, simbolo della predominanza di un sistema che distrugge e dimentica; tra la linea ferroviaria ad alta velocità, simbolo dell’accelerazione dei nostri tempi e del lusso, del tecnologico a tutti i costi, e dall’altra parte un misero campo nomadi, rifiuti umani che vivono sotto ai piloni, tra la TAV e l’autostrada.
Infine, bisognerà pur sistemare fuori dalla bella città un bel comignolo alto e deciso! È l’inceneritore, che serve a bruciare la nostra vita abbondante. Bruciare i rifiuti è un ottimo sistema per non cadere nel frustrante impegno della raccolta differenziata, un buon modo per esonerarsi dai problemi legati al nostro iperconsumo, un eccellente impianto che dissolve in fumo i nostri materiali di scarto.
A CAVALLO DELLE MURA
Il centro commerciale Borgo Faxhall è il primo ed unico centro commerciale in centro a Piacenza. È stato costruito anni fa sul piazzale della Stazione, al posto dell’Autostazione dei pullman. Alla base di questo grande progetto sta la volontà di riqualificare la zona che, come in ogni città che si rispetti, attorno alla Stazione è sempre un po’ malfamata.
Ora vorrei mettere in discussione il sistema con cui oggi si organizza la riqualificazione. Il progetto ambizioso del Borgo Faxhall, con i suoi negozi luccicanti, le sue pedane mobili, i suoi tre piani, le sue luci che lo rendono prezioso e freddo, le sue piastrelle lucide, le sue vetrine colme di merci scadenti e invendute, i suoi tavolini di bar fantasma, non ha portato nessun cambiamento nella zona. La riqualificazione attraverso il consumo non aumenta la qualità; la qualità non avviene col consumo o con questa bellezza rigida e anonima.
Borgo Faxhall è semplicemente una brutta costruzione, scadente, frequentata da agenti della Security e gente losca, più qualche povero individuo che perde il treno e non sa dove andare, dato che anche la sala d’aspetto della Stazione non è più per aspettare ma per consumare, e ci sono negozi più grandi del necessario.
Vorrei sottolineare dunque lo iato che c’è tra il progetto e la realtà effettuale a cui la realizzazione del progetto ha portato.
Inoltre, la cosa curiosa è che c’è stato anche l’obiettivo di valorizzare le mura Farnesiane. Mura? Sì, all’interno del centro commerciale ci sono decine di metri di mura. Questo ha del grottesco: anche le mura, all’interno di questa luccicante cattedrale del consumo, hanno acquistato, secondo la logica dei progettisti, valore.
…IL CONSUMO CONSUMA LA MEMORIA


Marzo 15th, 2008 at 7:07 pm
Ciao Camilla,
molto bello l’articolo su Piacenza. Noto anch’io la “logisticizzazione” di Piacenza. Operazione molto più speculativa che industriale, a bassissimo valore aggiunto, a produttività pari a zero. Professionalità cercate: basse, e spesso al limite della legalità (da qui l’alto numero di extracomunitari poco qualificati). Impatto ambientale ed estetico: massimo. I terreni agricoli valgono niente: acquistati e trasformati in piattaforme distributive (di merci prodotte a migliaia di km) arrivano a decuplicare, centuplicare letteralmente di valore. E così lo sprawl si diffonde, e la mancata programmazione del territorio lo abbrutisce e distanzia le persone, disintegra comunità. Una volta Piacenza era una città militare (per secoli, perché già su confini di Stato). Dal progetto di riconversione degli enormi spazi militari del centro storico dipende il futuro estetico ed economico di PC. Due cose che devono andare d’accordo. Altrimenti sarà solo speculazione immobiliare che arricchirà palazzinari ai quali verranno venduti per due lire terreni demaniali militari (=di noi cittadini) e costruiranno sopra volumetrie enormi e insufficienti servizi. Se invece la progettazione sarà fatta bene, Piacenza potrebbe reinventarsi completamente, come hanno già fatto certe città storiche all’estero. E’ un’occasione che non capiterà più, e non va persa. L’estetica è una questione (anche) politica.
Ho trovato il titolo della tua tesi nella bibliografia dell’ultimo libro di Serge Latouche, “Breve trattato sulla decrescita serena”. Così ho cercato su google e ho trovato (unico risultato) questo articolo. Complimenti, brava
Vittorio